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PRIGIONIERO DELLA PRIVACY

W O R K S

P R I G I O N I E R O D E L L A P R I V A C Y

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My project, developed throughout 2009, wants to show the conditioning street photographers receive from norms, but also stereotypes that the laws on privacy have brought in people's minds. The search for poses preventing a face from being recognizable, unnatural poses, poses hiding eyes, but which still attempt to tell with great difficulty the simple life surrounding us daily: this was the main guideline for the project.
Henry Cartier Bresson spoke about moments showing a world. Is this possible and compatible with requests for a photographic consent form? It's a work attempting to say "look what I may show if I follow the laws, even with all the possible originality and imagination". What could photography narrate without the possibility of describing everyday life through faces and actions of the common people? This work is my cry for help...

on LensCulture editor's pick - 2015

on magazine web Kwerfeldein - 2014

on Rinse - 2014

on the magazine Vieworld n.7 - 2013

Finalist at FoFu Phot'art challenge 2011

on Repubblica.it - agosto 2009

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Nel 2012 Cinquantacinque grandi fotografi italiani hanno lanciato un grido di allarme portando in mostra in tutta Italia una protesta vistosa e reale.
Il titolo della mostra era "VIETATO! I limiti che cambiano la fotografia", una mostra denuncia della "psicosi da privacy" e dei rischi economici che possono esporre i fotografi a richieste risarcitorie insostenibili anche a distanza di tempo.
Essi hanno accettato, consentendo un intervento censorio, ovvero, di porre fisicamente una "pecetta" sugli occhi dei soggetti principali, eliminando la parte più espressiva e comunicativa della loro fotografia.

Il mio progetto "Prigioniero della privacy" chiuso nel 2009 con una pubblicazione su Repubblica.it viceversa, pur essendo una chiara protesta sulla necessità di regolarizzare lecitamente la nostra attività di fotografi e di confermare, nell'arte fotografica, la "street phography" come simbolo di libertà d'espressione, vuole evidenziare provocatoriamente che tipo di condizionamento avviene nei comportamenti del fotografo colpiti da psicosi da privacy.
Spesso, inconsciamente, si cerca di trovare espedienti compositivi originali per raccontare l'immediatezza del momento e di testimoniare il costume di un popolo e di una epoca.
Attraverso tanta fantasia e spero originalità ho tentato di far questo, ma alla fine, sinceramente, non riesco ad immaginare cosa fotograficamente potrà rimanere della nostra società tra cinquantanni nascondendo volutamente la riconoscibilità dei soggetti.

Un problema che i grandi autori del passato, mi sembra, hanno avuto marginalmente.
Amiamo ancora i loro grandi scatti perché ci hanno avvicinato, fatto capire e comprendere l'umanità..sarà così sempre?



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